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Potremo davvero parlare con gli animali grazie all’intelligenza artificiale? I limiti che ancora non riusciamo a superare

L’intelligenza artificiale sa riconoscere e classificare i versi degli animali, ma non riesce ancora a comprenderne il vero significato. Un nuovo studio spiega i limiti di questa tecnologia.

Da quando l’intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite, gli scienziati hanno iniziato a utilizzarla in moltissimi ambiti. Uno dei progetti più affascinanti riguarda la possibilità di interpretare i segnali comunicativi delle altre specie.

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L’obiettivo, particolarmente ambizioso, è comprendere ciò che si “dicono” gli animali selvatici e, un giorno, riuscire persino a interpretare i versi e i comportamenti dei cani e dei gatti che vivono nelle nostre case. Nonostante i rapidi progressi tecnologici, però, nessun sistema è ancora riuscito a tradurre davvero la comunicazione animale. Un gruppo internazionale di ricercatori ha provato a spiegare il motivo di questo limite.

L’intelligenza artificiale non riesce ancora a tradurre il linguaggio degli animali: ecco perché

Lo studio, intitolato “La sfida di decodificare la comunicazione animale tramite l’intelligenza artificiale”, è stato realizzato da esperti di diverse università e istituzioni scientifiche, tra cui l’Università di Tel Aviv, l’Università Ebraica di Gerusalemme, l’Università di Edimburgo e l’Università Humboldt di Berlino.

L’intelligenza artificiale non riesce ancora a tradurre il linguaggio degli animali: ecco perché- amoreaquattrozampe.live

Secondo i ricercatori, i modelli di apprendimento automatico si concentrano soprattutto sulle caratteristiche fisiche e acustiche dei suoni. Riuscire a distinguere due vocalizzazioni, tuttavia, non equivale a capirne il significato.

Per interpretare davvero un segnale sarebbe necessario conoscere il modo in cui viene percepito dall’animale destinatario e osservare la reazione che provoca. Una delle principali difficoltà è rappresentata dal fatto che vocalizzazioni molto simili possono trasmettere messaggi completamente diversi.

Un richiamo di soccorso, un verso utilizzato per attirare l’attenzione di un genitore e una richiesta di cibo possono apparire quasi identici dal punto di vista acustico, pur esprimendo esigenze differenti.

Può verificarsi anche il contrario: suoni apparentemente diversi possono comunicare la stessa informazione al destinatario. Classificare i versi soltanto in base alla loro somiglianza acustica rischia quindi di produrre interpretazioni errate.

Per verificare i limiti dell’intelligenza artificiale, gli studiosi hanno utilizzato alcune vocalizzazioni prodotte da bambini di età inferiore ai dodici mesi, quando il linguaggio umano non è ancora completamente sviluppato.

I suoni provenivano da tre differenti situazioni: uno stato di disagio, il tentativo di attirare l’attenzione del padre o della madre e la richiesta di cibo. Le registrazioni sono state analizzate sia da un modello già impiegato per riconoscere le vocalizzazioni animali sia da un sistema addestrato sulla voce umana.

Entrambe le reti neurali hanno avuto difficoltà a distinguere correttamente le necessità dei bambini. I sistemi non sono riusciti neppure a riconoscere l’aumento dell’urgenza nel tono della voce, una variazione che l’orecchio umano riesce invece a percepire naturalmente.

Il professor Yossi Yovel, coautore della ricerca, ha invitato ad accogliere con prudenza le promesse relative alla traduzione automatica del linguaggio animale.

Individuare uno schema acustico, infatti, non significa necessariamente averne decifrato il messaggio. Per comprendere cosa stia comunicando un animale bisogna analizzare anche il contesto, il comportamento del destinatario e le conseguenze prodotte dal segnale.

Un verso emesso davanti a un predatore, durante la ricerca di cibo o nel rapporto tra una madre e il suo cucciolo può assumere significati diversi, impossibili da ricostruire osservando soltanto la forma del suono.

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Secondo gli studiosi, l’intelligenza artificiale continuerà a offrire un aiuto prezioso nella classificazione e nell’analisi di enormi quantità di registrazioni. Da sola, però, non potrà svelare completamente ciò che gli animali pensano, provano o intendono comunicare.

Per ottenere risultati attendibili sarà necessario combinare tecnologia, osservazione diretta del comportamento, esperimenti scientifici e studi sul sistema nervoso.

L’intelligenza artificiale potrà quindi affiancare il lavoro degli esperti, ma non sostituirà la conoscenza del contesto e, soprattutto, la prospettiva dell’animale che riceve il messaggio. Solo attraverso un approccio integrato potremo avvicinarci davvero alla comprensione della complessa comunicazione delle altre specie.

Silvia Petetti

Mi chiamo Silvia e vivo in provincia di Roma. Sono una Giornalista Pubblicista iscritta all’ordine del Lazio. Mi piace scrivere e cucinare ma dimentico sempre le ricette e metto verdure ovunque, anche nei dolci!

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Silvia Petetti

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