Per coloro a cui piace passeggiare nei boschi in autunno fondamentale è sapere cosa fare e non fare in caso di incontri con un cinghiale.
Negli ultimi anni la presenza del cinghiale (Sus scrofa) nel nostro Paese è passata dall’essere un evento raro e legato all’immaginario dei boschi più fitti a una realtà quotidiana. Filmati di interi gruppi famigliari che passeggiano indisturbati tra i cassonetti delle grandi città o lungo i viali periferici affollano i social media e i notiziari. Si stima che oggi in Italia la popolazione di questo ungulato superi il milione di esemplari, un numero imponente che sta trasformando la gestione del territorio e la fruizione degli spazi naturali.
Il cinghiale è un mammifero artiodattilo appartenente alla famiglia dei Suidi, antenato del maiale domestico con il quale condivide una straordinaria plasticità ecologica. Dotato di un corpo robusto e muscoloso, di un mantello setoloso e di zanne affilate (i canini a crescita continua, particolarmente sviluppati nei maschi), è un animale estremamente intelligente, adattabile e dalle abitudini prevalentemente crepuscolari e notturne. La sua alimentazione è onnivora: pur preferendo ghiande, faggiole, radici e tuberi che scava con il forte grugno (il tipico comportamento detto “grufolare“), non disdegna piccoli invertebrati, uova, carogne e, purtroppo, i rifiuti organici prodotti dall’uomo.
Ma quali sono le cause di questa vera e propria esplosione demografica? Gli esperti individuano una concomitanza di fattori. In passato, a scopo venatorio, sono stati introdotti esemplari provenienti dall’Europa orientale, di stazza maggiore e notevolmente più prolifici rispetto al ceppo autoctono italiano. A questo si aggiungono l’ibridazione con i maiali domestici e di allevamento — che aumenta il tasso di fertilità delle femmine —, il progressivo spopolamento delle aree rurali e montane, e l’aumento delle zone boschive e protette. Nemmeno il ritorno del lupo, suo principale predatore naturale, è riuscito finora a contenere un numero di nascite così elevato.
Oggi incontrare un cinghiale è diventato comune non solo per chi pratica l’escursionismo, ma anche per chi cura un orto in collina o vive in prossimità dei centri urbani. Ecco dunque un decalogo di comportamenti essenziali per evitare spiacevoli inconvenienti e convivere responsabilmente con questa specie.
I cinghiali sono in grado di adattarsi a quasi tutti i contesti, ma preferiscono nettamente i boschi di querce e faggi, ricchi delle ghiande di cui sono ghiotti. Le aree di alta montagna rappresentano teoricamente un habitat meno probabile, anche se non mancano avvistamenti oltre i 2.000 metri o persino attorno ai 3.000 metri, come nel Parco Nazionale dello Stelvio. Se si desidera ridurre al minimo le probabilità di incontro, la scelta di itinerari ad altitudini elevate o in contesti meno boscosi può aiutare, tenendo sempre presente che la certezza assoluta non esiste.
Come la maggior parte della fauna selvatica, i cinghiali hanno un terrore naturale nei confronti dell’essere umano e preferiscono evitare qualsiasi contatto. Quando ci si muove in zone a rischio o dove si avverte la presenza di animali (ad esempio dal rumore del terreno smosso), la regola cardine è segnalare la propria presenza. Camminare con passo deciso, parlare a voce alta o picchiettare un bastone da trekking sugli alberi permette all’animale di individuarci a distanza e di allontanarsi prima ancora di essere visto.
Se il contatto visivo avviene comunque, la prima cosa da non fare è cedere al panico e darsi alla fuga. Correre improvvisamente è un errore grave per due motivi: da un lato, un movimento brusco e precipitoso può spaventare il cinghiale e indurlo a un attacco difensivo; dall’altro, è una sfida persa in partenza. Un cinghiale adulto può raggiungere velocità notevoli sul breve tratto, ben superiori a quelle di un essere umano.
La risposta corretta di fronte a un esemplare è fermarsi, mantenere il controllo e aumentare lentamente la distanza. È fondamentale osservare chi si ha davanti: un maschio solitario tenderà ad allontanarsi autonomamente, mentre un branco o una femmina seguita dai piccoli (i striati) rappresentano la situazione più delicata, poiché la madre proteggerà la prole a ogni costo.
Occorre inoltre valutare l’ambiente circondante. Su un sentiero aperto l’animale troverà facilmente una via di fuga non appena sentirà un po’ di rumore. In spazi ristretti, come un canalone, un vicolo cieco in città o la recinzione di un orto, l’animale potrebbe invece sentirsi in trappola. In questi casi è essenziale individuare un riparo verticale — come salire su un albero o arrampicarsi su un muretto alto più di un metro — lasciando al cinghiale lo spazio necessario per fuggire lungo la via da cui siamo arrivati.
La presenza di un cane è uno dei fattori di rischio più alti durante un trekking. Per il cinghiale, il cane rappresenta una minaccia diretta e un potenziale predatore che richiama alla mente la figura del lupo. Per questo motivo il cane deve essere sempre tenuto al guinzaglio, obbligo peraltro vigente in quasi tutte le aree naturali protette. Un cane libero rischia di provocare l’animale e di correre poi a cercare protezione verso il padrone, trascinandosi dietro il cinghiale irritato. Se il cane abbaia o mostra aggressività, occorre intervenire fermamente per mantenerlo calmo e indurlo ad allontanarsi insieme a noi in silenzio e senza gesti sconsiderati.
Nonostante il grande allarme mediatico, gli attacchi non provocati agli esseri umani rimangono eventi eccezionali e rarissimi. La paura non deve diventare un ostacolo alle attività all’aperto. Frequentare la natura richiede la consapevolezza che i boschi e le montagne sono la casa di molte specie animali: affrontarle con rispetto, conoscenza e la dovuta prudenza è l’unico modo per garantire la sicurezza di tutti e godersi la bellezza del territorio.
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